koljebanie

Nonna, nonna che orecchie grandi hai! E' per ascoltarti meglio

sabato 18 settembre 2010

FINESTRA, O DEL CORTILE




La natura, fuori,
non collabora.
Immobile si specchia come sempre,
ignora il mal di stomaco
l'affanno delle viscere,
e non sa nulla dell'entusiasmo armato,
del dire che finalmente abbiamo osato.

Sguardi di foglie, sproloqui di rami
cielo già troppe volte nominato:
non per chiamare voi, sangue di stecchi,
mi affaccio, ora, a me stessa, dalla soglia
delle cose che puramente stanno.


E' per un astio frigido
d'essere carne intelligente,
memore, serva dei segni,
e senza sonno.
E che sia questo il dono.

sabato 4 settembre 2010

Itaca

Ho faticato a lungo per recuperare l'indirizzo di posta e la password collegati a questo blog, quindi questo sarà un post di pura esultanza rilassata. Ce l'ho fatta. Scartando identità dopo identità, ho trovato quella giusta e il resto lo hanno fatto le domande personali: il nome del mio primo cane, del primo ragazzo che mi ha baciata, della mia maestra, di mia madre, tutto quello che fa di me un essere umano unico e irripetibile, insomma.
Ora non ho più scuse, che non è un bel modo di vivere, ma per chi vuole scrivere un diario in pubblico e non è sufficientemente esibizionista, avere esaurito i nonposso è un passaggio necessario.

domenica 30 novembre 2008

Guardare fuori


Canto la città frantumata, che si riflette nel fango dello sterrato, canto i cubi plumbei in costruzione nell'orizzonte contratto, sospesi alle gru, canto le cartacce nel rivo di scolo, le auto incolonnate per non arrivare, canto la vetrata illuminata e chi ci sta dietro, canto i passi silenziosi sul marciapiede, canto chi rincasa da solo, e chi sta fuori, canto la pioggia che lava via le ombre, canto lo scatto nervoso, il vaffanculo, canto il latte comprato di corsa, canto i tetti piatti, e i profili gialli, canto i prismi trasparenti, le torri insensate, canto le finestre chiuse, le case private, canto le luci, il sonno e la paura, canto i cieli gialli nell'ora dei lampioni, canto i cieli di biacca, canto i cieli violetti, nello stupore del sole, canto la fine che arriva, e che ti accompagna, canto che chiama, canto il rombo della tangenziale, canto di lei con le borse, alla fermata dell'autobus, canto l'inganno degli alberi. Canto il cielo come un coperchio, il gomitolo di strade, la città vecchia e le città terribili. Canto la bellezza, lacerata e ingombra, e incomprensibile.
Canto che scende, con l'acqua, nel canale.

mercoledì 26 novembre 2008

E se potessi


E se potessi risalire a morsi
il corso del tuo corpo liberato
dagli abiti e poi bevuto a sorsi,
mi temeresti o mi saresti grato?

E se volessi aggiungere vergogna
ai tuoi ricordi, per gli anni a venire,
raccogliendoti là dove si sogna,
anima mia, soltanto di finire?

Che non resti di te che un centro nudo,
arso dal vento, scarnito, rappreso,
mendicante a se stesso eppure pieno,

nell’arco vivo del tuo corpo teso
che cerca la sua morte sul mio seno
e la offre tremante, come un dono.

giovedì 20 novembre 2008

Death Valley


Oggi, mentre andavo al lavoro in auto, un ragazzo in motorino mi ha tagliato bruscamente la strada, trasformando il mio confortevole caldo abitacolo mattutino pieno di blues in un luogo estraneo e ostile, e il mio corpo ancora tiepido dell’innocenza del sonno in un grumo contratto di adrenalina.
Più per lo spavento che per altro gli ho suonato, ottenendo che lui si girasse, nitido contro il sole ancora basso sull’orizzonte, e mi mostrasse il medio della mano destra, prima di sparire, sculettando con la vespa fra le auto.
E allora io ho continuato a guidare e ho immaginato questo ragazzo che esplodeva al rallentatore, come il frigorifero di Zabriskie Point. Un occhio qua e uno là sono ricaduti lentamente sul parabrezza, lasciando una striscia mucillaginosa e cilestrina, di un azzurro di stoviglia, gli intestini si srotolavano come festoni, svolazzavano un po’, poi si impigliavano nei rami dei platani, il dito medio della mano destra ha roteato su se stesso unghia-falange, unghia-falange, i denti si sono sgranati piano piano, tac tac , sul tettuccio, e tutto quel bel sangue rosso vaporizzato, come in una tela dell’Action Painting.
Questo per dire che l’immaginazione , il cinema e la pittura sono un aiuto, e un sollievo, in certi frangenti della vita.

domenica 16 novembre 2008

L'ALLEGRO VISO RISO MI FA FARE


Ieri mi è capitato di ascoltare una conversazione fra due ragazze, in palestra. Avranno avuto 25 anni al massimo. Cioè, non è che mi è capitato, è che io ascolto sempre le conversazioni degli altri, quando posso farlo senza farmi scoprire e restando nella legalità. Insomma. Una stava raccontando all’altra, intanto che si rivestivano, di un litigio con il suo ragazzo che si era svolto tutto via sms, quindi il racconto consisteva di: e io gli ho scritto, allora lui mi ha risposto, allora io dopo gli ho scritto senti, allora poi lui il pomeriggio mi ha risposto divertiti, allora poi io ho aspettato la sera che ero a casa della Martina e gli ho scritto anche tu… Non so, me la sono immaginata questa coppia quanto noiosa poteva essere, a giudicare dalle tremende offese che si erano scambiati i partner, a giudicare dalla faccia attonita dell’amica confidente, a giudicare dal lessico di 20 parole, a giudicare dall’occhio vuoto di una e dell’altra, a giudicare , a giudicare…
Poi, non ho sentito perché, le ragazze sono scoppiate a ridere, di una bella risata di sovracuti, non sguaiata, e, dio santo, era un riso che sembrava spazzare via tutto, dall’insignificante litigio, all’ importanza che attribuiamo alle cose, al mio occhio di avvoltoio. Mi sono chiesta: ma io, quand’è l’ultima volta che ho riso così? Con tutto il corpo? Cioè non di qualcuno o di qualcosa, ma del riso stesso? Riso del riso di chi sa di potere ricominciare ancora molte volte, di chi non ha ancora del tutto il controllo del suo personaggio e ogni tanto gli scappa fuori qualcosa di sé che non sa? Del riso di quegli anni lì.
Mi manca, un po’.